Il ritardo culturale del verde: una dinamica che la storia ci ha già insegnato

C’è un fenomeno di cui si parla poco ma che incide profondamente sui nostri giardini, sul paesaggio e soprattutto sulle generazioni future: il ritardo culturale del verde.
Non è un problema tecnico e non è una mancanza di informazioni. È, prima di tutto, un problema culturale. Ed è un fenomeno che nella storia dell’umanità si è già presentato molte volte.
Se guardiamo alla storia dell’arte è facilissimo riconoscerlo. Ogni grande cambiamento nasce in un centro culturale e per anni, a volte per decenni, altrove si continua a ripetere il linguaggio precedente. Durante il Rinascimento, mentre a Firenze si rivoluzionavano prospettiva, proporzioni e visione dell’uomo, in molte altre zone si continuava a dipingere e costruire come nel periodo precedente. Non per ignoranza, ma per inerzia culturale.
L’arte evolveva, ma non ovunque alla stessa velocità.
Questo ritardo non è un’eccezione: è una costante della storia. Lo vediamo nel passaggio dal gotico al rinascimentale, dal barocco al neoclassicismo, fino alle avanguardie del Novecento. C’è sempre un centro che innova e una periferia che replica ciò che conosce, perché ciò che conosce è rassicurante.
Nel verde sta accadendo qualcosa di molto simile.
In molte realtà italiane — soprattutto fuori dalle grandi città — il giardino è ancora figlio della logica del “si è sempre fatto così”. Se tutti nel quartiere hanno il prato all’inglese, la siepe squadrata e l’albero capitozzato, allora quello diventa il modello corretto.
Eppure anche qui la storia dovrebbe insegnarci qualcosa.
Il giardino non è solo uno spazio funzionale: è una forma d’arte contemporanea. È progettazione dello spazio, composizione, equilibrio, visione. È arte viva, che cresce e cambia nel tempo. E come ogni forma d’arte, riflette la cultura del momento storico in cui nasce.
Oggi, nei paesi del Nord Europa — come l’Inghilterra, la Germania o i Paesi Bassi — il giardino contemporaneo ha già integrato una nuova visione: ecologia, biodiversità, riduzione dei consumi, rispetto del clima locale. Si progettano spazi più naturali, si utilizzano essenze autoctone, si scelgono prati alternativi più resilienti e meno esigenti.
In Italia invece continuiamo spesso a proporre un modello estetico che appartiene a un’altra epoca e a un altro clima. Il prato all’inglese — che già nel nome racconta un paradosso — resta l’ideale dominante, insieme a siepi monolitiche e topiaria geometrica. Le fotinie potate a parallelepipedo diventano il simbolo di un ordine che rassicura, ma che raramente dialoga con l’ecologia.
Quando qualcuno propone un giardino più naturale, la reazione è prevedibile: è spettinato, è disordinato, non è curato. Ma anche l’Impressionismo, a suo tempo, sembrava incompiuto e disordinato rispetto ai canoni accademici.
Il punto non è copiare il Nord Europa. Il punto è riconoscere che ogni epoca richiede un linguaggio coerente con il proprio tempo. E il nostro tempo è segnato dal cambiamento climatico, dalla scarsità d’acqua, dalla perdita di biodiversità.
Continuare a irrigare prati ad alta manutenzione in un clima mediterraneo significa restare ancorati a un’estetica del passato, come se volessimo dipingere ancora pale d’altare gotiche nel pieno dell’età moderna.
La soluzione non è imporre una rivoluzione, ma guidare un’evoluzione. Se un cliente desidera un prato, possiamo proporre alternative più sostenibili, miscugli a bassa manutenzione, inserimenti di dicondra o trifoglio nano. Se vuole una siepe, possiamo suggerire una composizione mista, più biodiversa e più resistente, invece della barriera uniforme.
Non è estremismo ecologico. È maturità culturale.
Il ritardo culturale del verde non è un difetto esclusivamente italiano: è una dinamica umana. Ma riconoscerla ci permette di accorciare le distanze tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.
Perché il giardino, come ogni forma d’arte, racconta chi siamo. E se vogliamo che racconti un presente consapevole, dobbiamo avere il coraggio di uscire dal “si è sempre fatto così”.
Altrimenti continueremo a progettare giardini come se fossimo in un’altra epoca.
E il nostro tempo, semplicemente, andrà avanti senza di noi.
Stefania Bernardi e Alberto Gualla
